Oltre la fine: il finale del “Gordon Pym” di Edgar Allan Poe

di EDGAR ALLAN POE

[da “Le avventure di Gordon Pym”]

[Tempio letterario del fantastico, il “Gordon Pym” di Poe è un maelstrom che mira all’occhio gravitazionale interno: mira a sfondare, a ridurre allo zero polare tutto il racconto. La traversata marinaresca a cui si sottopone il protagonista viene distrutta con un duplice finale: un’esperienza dell’inoltramento inaudito, che ricorda l’agone problematico che Kafka affronta nel suo supremo romanzo “Amerika” – mentre il grande praghese risolve con l’esperienza metafisica del “Teatro di Oklahama”, il grande americano dipinge la dissoluzione, sempre secondo le tonalità del metafisico, andando a rovesciare tutto, dallo sguardo al clima alle apparizioni di non-personaggi, tra urla indecifrabili, che portano ben al di là della semplice onomatopea. L’avventura di Edgar Allan Pym è uno dei momenti di oltranza assoluta del letterario. Ecco l’ultimo capitolo del libro di Poe, a cui segue un ulteriore finale, qui non riportato, in forma di nota enigmistica, di decifrazione razionale dell’irrazionale… GG]

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Cormac McCarthy: da “La strada” – Raccontare la fine

di CORMACK McCARTHY
[da “La strada”, Einaudi”]

Il bambino gli stava aggrappato al giaccone mentre lui si teneva sul bordo della strada
e nel buio tastava l’asfalto con i piedi. In lontananza sentiva dei tuoni e dopo un po’
davanti a loro apparvero anche dei deboli tremolii di luce. Tirò fuori il telo di plastica
dallo zaino ma quel poco che ne rimaneva bastava appena a coprirli, e presto cominciò a
piovere. Camminavano vicini, incespicando. Non c’era nessun posto dove andare. Si
erano tirati su i cappucci ma i giacconi cominciavano a essere zuppi e pesanti. L’uomo si
fermò in mezzo alla strada e cercò di sistemare meglio il telo. Il bambino tremava forte.
Tu stai gelando, vero?
Sí.
Ma se ci fermiamo avremo ancora più freddo.
Io ho tantissimo freddo già adesso.
Cosa vuoi fare?
Ci possiamo fermare?
Sí. Va bene. Fermiamoci.

Fu la notte più lunga che riuscisse a ricordare in una serie infinita di notti simili. Si
stesero sotto le coperte sul terreno bagnato al bordo della strada, con la pioggia che
batteva sul telo di plastica, e lui tenne abbracciato il bambino che dopo un po’ smise di
tremare e si addormentò. I tuoni si allontanarono verso nord e poi tacquero e rimase solo
la pioggia. Si addormentava a intermittenza; la pioggia diminuì e poi cessò. Pensò che
non doveva essere neanche mezzanotte. Gli era tornata la tosse, che peggiorò fino a
svegliare il bambino. L’alba non arrivava mai. Di tanto in tanto lui si alzava per guardare
verso est e alla fine si fece giorno.
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Milo De Angelis: storia, antistoria, narrazione poetica

La narrazione e il tragico attraverso il discorso poetico: alcuni motivi e versi di Milo De Angelis

di MILO DE ANGELIS

Non si scrive ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo. Non si scrive ciò che si ricorda ma si comincia a camminare nella memoria attraverso i sentieri della parola, che ci conducono in luoghi inattesi e insperati. La poesia è una forma di conoscenza legata allo svelamento. Non alla fondazione di un linguaggio, ma allo svelamento di un mondo precedente. La poesia rivela qualcosa che già c’era prima di noi. Per questo la poesia è tanto legata al ritorno, come ci insegnano Leopardi e Pavese. I luoghi che abbiamo amato ci parlano, si rivolgono a noi, proprio a noi, solo a noi, fanno cenni, sorridono come delle donne, sono donne. I luoghi sono vivi, sono creature, hanno una voce. E ci chiamano, ci chiamano a sé, ci chiamano a giudizio: e noi, là, dove ci viene indicato, andiamo.
[da “Cosa è la poesia”, Doppiozero] Leggi tutto “Milo De Angelis: storia, antistoria, narrazione poetica”

Philip Roth, ovvero il tragico

di GIUSEPPE GENNA

[da “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, edito da il Saggiatore]

Nella prefazione all’edizione 2007 di Blaze, Stephen King avanza un argomento di critica del gusto sconcertante: accenna a Everyman di Philip Roth. Lo fa con toni esasperati e comici, accomunando il romanzo di Roth, negli effetti che produce sul medesimo King, a Jude l’oscuro di Thomas Hardy. Leggendo questi romanzi, King dice di avere alzato le braccia, esasperato, di avere chiesto al cielo che l’autore infilasse di più: un cancro ulteriore, una fulmine che scende dal cielo e incarbonisce il protagonista che soffre solamente sfortune e, cosa fondamentale per King, piagnucola sul proprio dolore. Non va sottovalutata la capacità critica di cui King dispone: il suo On writing rimane per molti scrittori contemporanei di tutto il mondo un punto di riferimento, che la critica stenta a tutt’oggi a includere nel suo comparto di elezione, soprattutto per un passaggio fondamentale in cui l’autore avvicina alla telepatia la mobilitazione di fantàsmata che è implicita nella scrittura di storie, siano esse epica tradizionalmente intesa o romanzo moderno e contemporaneo nei suoi più vari generi.

L’osservazione comica e stremata di King su Everyman mette in luce almeno due elementi che mi interessano per il discorso che qui voglio fare. Intendo infatti entrare (non delimitare né configurare né esaurire) una nebulosa che è trattata praticamente da sempre da discipline le più varie, come la filosofia l’estetica la teoria letteraria e la letteratura stessa: cioè il tragico e la tragedia. In tale nebulosa vorrei rilevare la presenza atmosferica di un genere moderno, cioè il romanzo, al fine di osservarne eventuali relazioni con elementi della nebulosa stessa o, più precisamente, l’eventuale possibilità che il romanzo possa farsi incarnazione letteraria del tragico, così come la tragedia fu incarnazione, non soltanto letteraria, del tragico classico.
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Che cos’è il contemporaneo?

di GIORGIO AGAMBEN

[…] Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri.

[…] Che significa “vedere una tenebra”, “percepire il buio”?

[…] Che cos’è il buio che allora vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio.

[…] Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare.

[…] Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità.

[…] Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.

da “Che cos’è il contemporaneo?”, Nottetempo, 2008

La digressione: il serial killer e l’uomo senza qualità

Ne L’uomo senza qualità di Robert Musil si aprono romanzi interi all’interno dell’oggetto narrativo ibrido per eccellenza. E’ tutta un’esibizione dei paradigmi della narrazione, i cui dispositivi sono mostrati con eccellenza di consapevolezza e trascinante lingua d’approdo. Si prenda il caso della celebre digressione sul “serial killer” Moosbrugger, azione dentro l’azione, modulazione di racconto nero e di romanzo sociale, approfondimento della psicologia e annullamento della stessa, varianza del realismo e gigantografia del reale che raggiunge il fantastico. Ecco il passo, celeberrimo, che mostra l’aberrazione gravitazionale che una digressione sortisce sulla narazione generale. La traduzione è di Anita Rho. gg Leggi tutto “La digressione: il serial killer e l’uomo senza qualità”

Robert Walser: un racconto breve e alcune citazioni, ovvero annullarsi nella scrittura

Propongo, a raffronto, una narrazione breve e coerente firmata da Robert Walser e, di seguito, alcune microcitazioni da Il brigante e Jakob Von Gunten. Si noterà come, a prescindere dalla strutturazione e leggibilità di un testo intero, la medesima poetica dell’annullamento e della violazione delle norme narrative, ritenute ortodosse o canoniche, si può cogliere in un’indifferenza assoluta rispetto alla narrazione di Walser, che apparentemente è lineare e implicitamente è eversiva e compattissima [gg]

Robert Walser: un raccontino intitolato “Friedrich Hölderlin”
[da “Vita di un poeta”, Adelphi)

«Hölderlin aveva cominciato a scrivere poesie, ma la funesta povertà lo costrinse a entrare come precettore in una casa di Francoforte sul Meno per guadagnarsi il pane. Ed ecco, là dentro, l’anima grande e bella nella situazione stessa di un lavorante qualunque. Fu costretto a far mercato della sua ardente aspirazione alla libertà, a reprimere la sua regale, colossale fierezza. Conseguenza della crudele necessità fu una tensione spasmodica, un pericoloso sconvolgimento interiore. Leggi tutto “Robert Walser: un racconto breve e alcune citazioni, ovvero annullarsi nella scrittura”

Julio Cortázar: lingua, ritmo, narrazione, letteratura

di JULIO CORTÁZAR

Una prosa che accetta e che cerca di darsi con obbedienza profonda a un ritmo, a un battito, a un palpito che non ha nulla a che vedere con la sintassi, è la prosa di molti scrittori che amo in modo particolare e che compie una doppia funzione che non sempre si avverte: la prima è la sua funzione specifica nella prosa letteraria (trasmette un contenuto, racconta una storia, mostra una situazione), ma insieme a tutto questo crea anche un contatto speciale che il lettore può non sospettare, ma che sveglia in lui quella stessa cosa, forse ancestrale, quello stesso senso del ritmo che abbiamo tutti e che ci porta ad accettare certi movimenti, certe forze e certi battiti. Leggi tutto “Julio Cortázar: lingua, ritmo, narrazione, letteratura”

Lovecraft: l’orrore dallo Scrittore Vuoto

di GIUSEPPE GENNA

[da Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza, Il Saggiatore, 2015]

Non sono né un critico nè un teorico, sebbene, come ogni scrittore, disponendo di una poetica propria che fa riferimento a una tradizione non solo letteraria e gestando un amore per le poetiche a me distanti con tutto il loro bagaglio e corollario, io possa esprimere ragionamenti che in parte sembrino critica o teoria della letteratura. Si tratta tuttavia di un atto particolare: scrittori che scrivono di scrittori spostano l’orizzonte saltando nessi, ma praticando scarti che possono essere di notevole aiuto. Così non c’è da sorprendersi se l’atto teorico e critico più folgorante degli ultimi vent’anni di saggistica letteraria mondiale l’abbia compiuto uno scrittore su un altro scrittore: cioè Michel Houellebecq con il suo H.P. Lovecraft – Contro il mondo, contro la vita. E’ un testo fondamentale nel discorso che porto avanti sul Personaggio Vuoto, poiché è fondamentale l’operazione che compie Lovecraft, che è poi tra l’altro il secondo scrittore che ho letto in vita mia e che mi ha spinto alla scrittura.
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