Don DeLillo: la scrittura è una forma di concentrazione profonda

Ha dichiarato lo scrittore americano Don DeLillo (in Conversations with Don DeLillo, University Press of Mississippi, 2005):

“Quando ho posto la parola ‘Peace’ a chiusura di Underworld, la cosa non era stata calcolata o programmata. Avevo in mente un’altra frase, sin dall’inizio, per chiudere il libro. Quella frase ricorre nel finale, ma non sta in chiusura – è Suor Edgar che vede Dio, che pensa di vedere Dio. Ho utilizzato la parola ‘Peace’ anzitutto per il legame, l’intreccio e infine l’indistinguibilità tra Suor Edgar ed Edgar J. Hoover. Se si rintraccia l’origine etimologica della parola ‘Peace’, si trova esattamente questo: l’idea di rapporto stretto, di avviluppo fino all’identificazione. […] E’ in maniera non ironica che io utilizzo la parola ‘Peace’ a fine Underworld – non c’è ironia”.

“Io non sono certo di quello che penso, finché non scrivo – devo scrivere per comprendere ciò che penso. La scrittura è un atto estremo di concentrazione”.

“Non sono uno scrittore che percepisce i media, il mondo delle immagini, come nemico. Non mi metto in competizione con l’immagine. Adoro il cinema, la fotografia, la pittura, anche la pubblicità – che sono forme d’arte. Con la televisione è diverso, non riconosco valore artistico alla televisione. E’ vero che scrittori come Balzac o Hugo avevano un impatto sulla società, ma oggi viviamo una forma differente di società. E’ cambiato tutto, ma soprattutto è arrivato Kafka”.

“Penso profondamente alla struttura. Sono profondamente attratto dalla struttura”.

“Scrivendo Underworld, avevo alla fine scatoloni che contenevano 300 pagine l’uno, per tutta la stanza. Pagine e pagine. E io ero lì, con questa massa attorno, che lavoravo su una parola di quattro sillabe da ridurre a tre sillabe. Questo è per me fondamentalmente il lavoro dello scrittore. C’è un ritmo, una forma che sento nel momento in cui la trovo scrivendo”.

“In Americana, la frase di incipit è: “Then we came to the end of another dull and lurid year” (“E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno”). C’è fondamentalmente un ritmo in questa frase. E’ il ritmo che mi importa. Gli aggettivi dull lurid sono omofonici, ma rovesciati. Io non penso questo, mentre lo scrivo. Questo movimento di opposizione fonica mi è molto naturale. Va calibrato, richiede attenzione. Il punto è proprio l’attenzione”.

“Devo porre un’estrema attenzione ad abbassare. Sembra quasi che le mie frasi escano da un filosofo francese. Devo stare attento ad abbassare e sciogliere le frasi”.

“La forma in cui vivo in questa società determina la forma in cui io scrivo, la forma dei miei testi”.

“Noi scrittori preveniamo il movimento delle immagini”.

“Rispetto a Roth, sebbene io utilizzi situazioni della mia esistenza, non posso definirmi un autore autobiografico e non sono convinto del fatto che esistano autori autobiografici. Il problema della finzione non è mutare i nomi propri”.

“Non ho un atteggiamento religioso, che riguarda le religioni positive”.

“Arriva un momento, e per me è accaduto dopo Underworld, in cui uno scrittore deve domandarsi: ‘E adesso? Dove vado adesso?’”

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