James Ellroy: “Perfidia” e scrittura

di ANTONELLA BARINA

LOS ANGELES. «Sono sempre stato divorato dall’ambizione: da una smania insaziabile d’esser qualcuno. E ce l’ho fatta: sono diventato il più grande scrittore di noir vivente. A Chicago, Düsseldorf, Marsiglia, Londra, Barcellona, Milano ci sono maschi e femmine, giovani e vecchi, gay ed etero, stronzi e fichi, bianchi, neri, asiatici, cristiani, ebrei, musulmani che si sentono sedotti o commossi o sconvolti o perfino disgustati dai miei romanzi».

Camicia hawaiana turchese a palmette arancioni, James Ellroy è sceso da una Porsche bianca candida. È nel suo ristorante abituale a Los Angeles, un locale in penombra tutto ottoni e broccati, dove un cocktail di gamberetti costa come un pieno della sua superauto. «Mi esalta l’idea di essere sulla copertina del vostro giornale, di venire in Italia a esibirmi davanti a un pubblico, la prossima settimana. Ecco a voi il cane rabbioso della letteratura americana. Ma ancora non mi basta: voglio di più, di più. Perciò, finito il tour promozionale di questo mio ultimo romanzo, Perfidia, mi rintanerò di nuovo in casa a scrivere. Fino allo sfinimento. E il prossimo libro sarà ancora più grandioso. La perfezione è una delle mie manie».

Sono tante e implacabili le sue ossessioni. Fin dai litigi feroci fra i genitori, quando era bambino: lei «prese a calci in culo mio padre e lo spedì in una stamberga» e lui giù a infamarla, «tua madre è una troia e un’ubriacona». Fin dal giorno in cui James tornò nella topaia di quella mamma che «si bombardava di bourbon», per trovarla assediata dai lampeggianti della polizia: «Figliolo, tua madre è stata ammazzata». Era il ‘58, lui aveva 10 anni. E svenne. Poi, affidato al padre inetto e spaccone, prese ossessivamente a leggere romanzi gialli, a masturbarsi, a dare addosso alla vita. Per finire adolescente in strada, strafatto di alcol e anfetamine, in una sfilza di piccoli furti e scassi, brevi soggiorni in carcere. Chiodo fisso, le donne. Tutte: sognate e in carne ed ossa, fidanzate, mogli, di passaggio, a pagamento. Soprattutto se fulve come la madre, Jean la rossa. Ma questa è storia nota: Ellroy ha raccontato più volte la sua vita allo sbando dacché è riuscito a sublimare l’ossessione di quel delitto, di cui non si scoprì mai il colpevole, in tanti racconti, a partire da Dalia nera, ricostruzione di un analogo fattaccio di cronaca, che gli procurò il primo grande successo. «Ho vendicato mia madre facendo di lei un mito di carta, anche se ciò ha significato mettermi a nudo» alza le spalle. «E ho sfruttato il dolore di quella morte – lo ammetto – perché si parlasse di me».

Ora fissazioni, nevrosi, eccessi, furori, disperazione, rabbia sono tutti proiettati nei personaggi di Perfidia, in uscita martedì prossimo da Einaudi Stile Libero, nell’ottima traduzione di Alfredo Colitto. Ellroy lo presenterà il 12 marzo al Circolo dei lettori di Torino, il 14 all’Auditorium Parco della musica di Roma. «Perfidia è il mio libro più intimo. Il mio preferito. Non più un noir – sono maturato come scrittore – ma un romanzo storico e d’amore, ambientato nei 23 giorni tra il 6 e il 29 dicembre del ‘41, a cavallo dell’attacco giapponese di Pearl Harbor, dell’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Due tipi di reazione divamparono allora a Los Angeles: l’isteria razzista che portò all’internamento di 120 mila cittadini d’origine nipponica – un’ingiustizia di merda verso tanti giapponesi innocenti – e una frenetica brama di vivere, amare, sballarsi, come antidoto alla guerra. Los Angeles turbinava ventiquattr’ore su ventiquattro: la gente aveva smesso di dormire e si invaghiva di più persone alla volta. Fuoco e sesso». Ellroy si rifiuta di chiamarlo noir, ma il repertorio c’è tutto: delitti, violenze, indagini, tradimenti, intrighi, degrado urbano, tracotanza macho…

Il volto dello scrittore esprime l’intera gamma delle espressioni possibili (tranne il riso e il sorriso): si fa severo, ammiccante, imbronciato, burbero, gioviale, torvo, insolente. E anche il suo corpo allampanato, che pesta il terreno più che camminare, non sta mai fermo: si adagia sulla sedia, si tira su, si contorce, si affloscia, gesticola. Mangia i gamberetti con le mani. Chiama il cameriere «ehi, amico!». Ha davanti a sé una sfilza di tazze di caffè: finita una, attacca l’altra. E intanto modula la voce con consumata abilità, come chi è abituato a esibirsi gigionesco.

Perfidia, racconta, è il prequel delle sue due raccolte di romanzi: la «Tetralogia di Los Angeles» (Dalia neraIl grande nullaL.A. ConfidentialWhite Jazz), in cui Ellroy reinventava la cronaca della sua città criminale e scellerata tra il 1946 e il 1958; e la «Trilogia Americana» (American TabloidSei pezzi da milleIl sangue è randagio), in cui proponeva una storia apocrifa degli Stati Uniti dal ‘58 al ‘72, con tanto d’assassinio Kennedy e Watergate. «In Perfidia torno indietro di qualche anno per completare un unico grande corpus letterario – monumentale, possente – che mi sopravviverà dopo la morte».

L’understatement non è tra le virtù di Ellroy. «Quindi anche i personaggi sono per lo più gli stessi degli altri romanzi, solo ringiovaniti. Voglio che i lettori finiscano per essere ossessionati – come me – dai quei protagonisti». William Parker, futuro capo della Polizia di Los Angeles (realmente esistito), «in cui ritraggo tutte le mie contraddizioni: nascita proletaria, fervore religioso, romanticismo, voglia di moralizzare il mondo; ma anche sregolatezza, alcolismo, fissa per le sottane, ambizione folle». Kay Lake, la futura ambigua vamp di Dalia nera (quella interpretata da Scarlett Johansson nell’omonimo film di Brian De Palma, rinnegato da Ellroy), e Dudley Smith, il poliziotto malvagio che fuma oppio, lucra sul panico dei giapponesi braccati e – nientedimeno – è uno degli amanti di Bette Davis, crudele maliarda.

«Kay e Dudley sono due sfacciati opportunisti. Come me: se aleggia un’occasione nell’aria, l’afferro al volo. Sono un figlio di puttana». Ellroy ama le parole forti e lo slang, di cui è infarcito Perfidia: una raffica di frasi brevi, tratte dalla strada, dal jazz, dalla droga, dai deliri razzisti. A berciare sono collaborazionisti, infiltrati, filonazisti, piedipiatti corrotti che solo un filo sottile divide dalla criminalità. Ma anche star del cinema colte in vizi e vezzi, da Clark Gable avvinghiato al leopardo di Salvador Dalí a una foto di Cary Grant che oggi scatenerebbe una raffica di tweet. Nonché provocazioni ai limiti del ridicolo: Rachmaninov che piomba addormentato sul pianoforte e Bertolt Brecht seduttore, respinto da una ragazzetta che schifa L’opera da tre soldi.

«Sono sempre stato ossessionato dalla Storia del XX secolo, in particolare dalla Seconda guerra mondiale. Da bambino divoravo libri sul D-Day, il Terzo Reich, Eisenhower. E fino agli 8-9 anni, negli Anni 50, ero convinto che la guerra fosse ancora in corso, perché tutti ne parlavano. A forza di vedere film e foto d’epoca, immagino la Los Angeles del ‘41 come fosse oggi. Ho sempre vissuto da eremita nella mia immaginazione, dove il confine tra finzione e realtà è labile. E nel passato: non uso computer né cellulare né televisione. Scrivo rigorosamente a mano, con una biro. Unica tecnologia, obsoleta: lo stereo per la musica. Perfidia è il titolo di un brano struggente, suonato da Glenn Miller nel ‘41, che mi assilla per la sua malinconia. Parla d’amore e tradimento. Come il mio romanzo. Impossibile non innamorarsi quando si sta per entrare in guerra: dell’altro sesso, dell’America, di Dio. Nonostante la mia esistenza caotica, sono un uomo di fede: la vita mi ha messo al tappeto più volte, mi sono rialzato grazie al Signore. Mi sento come Beethoven, il più grande musicista della storia, che ascolto ossessivamente: uno scarmigliato poco attraente, sordo, malato, perseguitato dalla sensazione di amare non corrisposto. A casa ho un’intera stanza tappezzata dei suoi ritratti».

Ellroy parla a ruota libera, uncinandoti con quei suoi occhi feroci, e riempie le rare pause con borbottii che non ammettono replica. «Sono cresciuto ignorato e inquieto. E ho sempre desiderato che la gente mi guardasse. Dopo la morte di mia madre attiravo l’attenzione dei miei amici ebrei gridando “Heil Hitler”: pura provocazione. Poi ho capito che sapevo far bene solo due cose nella vita: scrivere e parlare in pubblico. Far ridere, piangere, sospirare. Per iscritto o a parole. E allora vai! Ho sognato di diventare uno scrittore famoso da quando avevo otto anni. Perché leggere era ciò che amavo di più: mi consentiva di evadere da quell’infanzia di merda. Genitori che si odiavano, la casetta lercia di una madre alcolizzata, i weekend con un padre smidollato. Perfino quando dormivo in strada divoravo i libri della biblioteca pubblica. Ho smesso di bere e inghiottire anfetamine anche per quella fissa di scrivere. Per svettare. Per dare ad altri la possibilità di sfuggire alla realtà. Con libri che non finiscono mai, come Perfidia: sono felice di sapere che in traduzione italiana è di 886 pagine, quasi 170 in più dell’originale».

Ci sono voluti sei romanzi flop, molti lavoretti da fame e tanta frugalità prima di emergere con Dalia nera. Il mese prossimo, Ellroy sarà premiato alla carriera dal Mystery Writers of America: Gran Maestro dei giallisti Usa. Ormai ha una casona sulle colline di Hollywood, un’auto simbolo, l’ossessione per questo ristorante costoso, dove nel ‘90 ha festeggiato le nozze con la scrittrice Helen Knode, indossando il kilt delle sue origini scozzesi, ospiti i parenti di lei e gli amici di lui dei tempi degli Alcolisti Anonimi. Si era trasferito a Kansas City, dopo il matrimonio, ma con la separazione (e vari fidanzamenti andati a rotoli) è tornato a Los Angeles, la città Musa. «Qui tutti vengono per essere ciò che non sono. Questa è Hollywood, baby, il paese dei sogni. Ogni ragazzo che serve nei bar, che si prostituisce o si fa, è un potenziale attore. Fu così per mia madre: aveva vinto un concorso di bellezza, sperava in un provino cinematografico, è stata segata. È stato così per me, che ho scoperto la città del noir. Sulla mia pelle».

È tra gli eletti che hanno sfondato, Ellroy. Ma le sue giornate sono cambiate poco. «Lavoro quattordici ore al giorno, alzandomi all’alba, un caffè dopo l’altro, fino a non poterne più. Il Signore mi ha dato una straordinaria capacità di concentrazione e mi sottopongo a tour de force sovrumani. Prima butto giù una scaletta dettagliata: personaggi, intreccio, storie d’amore e odio… Quella di Perfidia era di 700 pagine. Poi, delineato ogni capitolo, passo alla stesura vera e propria, che correggo e ricorreggo a penna rossa. Neppure la consegna all’editore pone fine alla mia ossessione: finché non mi strappano via le bozze continuo a ritoccare. Scrivere è l’unica mia chance di dominare il destino, che nella vita mi è sempre sfuggito di mano». Finalmente un po’ d’ordine, dopo tanto caos? «Oh yeah! Sono ossessionato dal bisogno di tenere tutto sotto controllo, azioni ed emozioni. Non c’è un oggetto fuori posto a casa mia. Prima cosa, la mattina, rifaccio il letto».

Perfidia è solo il primo volume della sua Seconda tetralogia di Los Angeles. «Il prossimo racconterà cosa accadde nel ‘42, dopo la battaglia delle isole Midway, che diede il via alla controffensiva Usa. Ho già iniziato a buttar giù la scaletta: stessi personaggi sei mesi dopo. E poi ci sarà un altro romanzo. E altri ancora. L’uno migliore dell’altro, puntando al racconto perfetto. L’ossessione mi si addice». Un ottimo antidoto contro la vecchiaia, avere progetti maestosi… «Ho appena compiuto 67 anni. Detesto l’idea di dover morire. Fin da quel giorno: “Figliolo, tua madre è stata ammazzata”. Mi sono sentito così fragile, incapace».

(“Venerdì” de La Repubblica, 6 marzo 2015)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *