Hugo: scrittura vs architettura

di VICTOR HUGO

[da Notre-Dame de Paris, 1831]

L’invenzione della stampa è il più grande evento della storia. È la rivoluzione madre. È la modalità di espressione dell’umanità che si rinnova totalmente, è il pensiero umano che si spoglia di una forma per rivestirsi di un’altra, è la totale e definitiva muta di quel serpente simbolico che, a partire da Adamo, rappresenta l’intelligenza.

Sotto forma di stampa il pensiero è più imperituro che mai; è volatile, inafferrabile, indistruttibile. Si confonde con l’aria. Al tempo dell’architettura, esso si faceva montagna e si impossessava potentemente di un secolo e di un luogo. Ora si fa stormo d’uccelli, si disperde ai quattro venti e, insieme, occupa tutti i punti dell’aria e dello spazio.
Lo ripetiamo, chi non vede che così è assai più indelebile? Da solido che era, si fa sempre vivo. Passa dalla durata all’immortalità. Si può demolire un masso, ma come estirpare l’ubiquità? Venisse un diluvio, la montagna sarebbe da tempo sparita sotto i flutti e gli uccelli volerebbero ancora; e, pur che una sola arca fluttui sulla superficie del cataclisma, vi si poserebbero, galleggiando insieme a lei, insieme a lei assisterebbero al ritiro delle acque, e il nuovo mondo che emergerebbe dal caos vedrebbe aprendo gli occhi planare sopra di sé, alato e vivente, il pensiero del mondo sommerso.
E quando si osserva che questa modalità di espressione non solo è la più conservatrice, ma anche la più semplice, la più comoda, la più praticabile per chiunque, quando si pensa che non comporta un grosso bagaglio e non smuove un pesante armamentario, quando si paragona il pensiero costretto per tradursi in edificio a mettere in moto altre quattro o cinque arti e tonnellate d’oro, un’intera montagna di pietre, un’intera foresta di travi, un’intera popolazione di operai, quando lo si paragona al pensiero che si fa libro, e a cui basta un po’ di carta, un po’ d’inchiostro e una penna, come stupirsi che l’intelligenza umana abbia abbandonato l’architettura per la tipografia?
Tagliate il letto primitivo di un fiume con un canale scavato al di sotto del suo livello, il fiume diserterà il proprio letto.
Così si vede come, a partire dalla scoperta della tipografia, l’architettura si inaridisca a poco a poco, si atrofizzi e si spogli. Si senta che l’acqua scema, che la linfa se ne va, che il pensiero dei tempi e dei popoli si ritira.
(…)
Nel momento in cui l’architettura non e più che un’arte come un’altra, quando non è più l’arte totale, l’arte suprema, l’arte tiranna, non ha più la forza di trattenere presso di sé le altre arti. Esse dunque si emancipano, spezzano il giogo dell’architetto, e se ne vanno ciascuna per la sua strada. E ciascuna guadagna da questo divorzio. L’isolamento rende ogni cosa più grande. La scultura diventa statuaria, la figurazione diventa pittura, il canone diventa musica. Si direbbe un impero sfaldatosi alla morte del proprio Alessandro e le cui province diventino regni.
Di qui Raffaello, Michelangelo, Jean Goujon, Palestrina, questi astri dello sfavillante sedicesimo secolo.
Come le arti, anche il pensiero si emancipa da ogni parte. Gli eresiarchi del medioevo avevano già intaccato ampiamente il cattolicesimo. Il sedicesimo secolo spezza l’unità religiosa. Prima della stampa la riforma sarebbe stata semplicemente uno scisma, la stampa la rende una rivoluzione. Eliminate la tipografia, l’eresia ne risulterà indebolita. Fatale o provvidenziale che sia, Gutenberg è il precursore di Lutero.
Tuttavia, quando il sole del medioevo è tramontato del tutto, quando il genio gotico si è spento per sempre sull’orizzonte dell’arte, l’architettura si appanna, scolora, si cancella sempre più. Il libro stampato, questo tarlo dell’edificio, la prosciuga e la divora. Essa si spoglia, si sfoglia, dimagrisce a vista d’occhio. È meschina, è povera, è nulla. Non esprime più niente, neppure il ricordo dell’arte di un tempo.

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