Julio Cortázar: lingua, ritmo, narrazione, letteratura

di JULIO CORTÁZAR

Una prosa che accetta e che cerca di darsi con obbedienza profonda a un ritmo, a un battito, a un palpito che non ha nulla a che vedere con la sintassi, è la prosa di molti scrittori che amo in modo particolare e che compie una doppia funzione che non sempre si avverte: la prima è la sua funzione specifica nella prosa letteraria (trasmette un contenuto, racconta una storia, mostra una situazione), ma insieme a tutto questo crea anche un contatto speciale che il lettore può non sospettare, ma che sveglia in lui quella stessa cosa, forse ancestrale, quello stesso senso del ritmo che abbiamo tutti e che ci porta ad accettare certi movimenti, certe forze e certi battiti. Leggiamo questa prosa in un certo modo come quando ascoltiamo certe musiche ed entriamo totalmente in una specie di corrente che ci fa uscire da noi stessi e ci fa entrare in un’altra cosa. Una prosa musicale, cosí come io la intendo, è una prosa che trasmette perfettamente il proprio contenuto (non c’è motivo perché non lo trasmetta, l’avere delle qualità musicali non le reca alcun danno) ma inoltra stabilisce un altro tipo di contatto con il lettore. Il lettore lo riceve per quel che contiene come messaggio e per l’effetto di tipo intuitivo che produce in lui e che non ha nulla a che fare con il contenuto: si basa su cadenze interne, obbedienze a certi ritmi profondi.

Ciò che scrivo è soprattutto invenzione; ed è invenzione perché non ho nulla da ricordare che valga la pena. […] Invento, fabbrico, estraggo ex nihilo. Miller, Hemingway, Céline hanno vissuto avventure personali straordinarie, e basta raccontarle nel modo giusto per assicurarsi l’ammirazione dei lettori. […] La mia gioventù è stata insignificante: amori opachi, violente passioni quasi sempre ingiustificate e finite frettolosamente, attese, ribellioni senza grandi meriti. […] Rinuncio a un modo estetico per tentare di penetrarne uno poetico.

Secondo me, la letteratura è una forma di gioco. Ma ho sempre aggiunto che esistono due forme di gioco: il calcio, per esempio, che è fondamentalmente un’attività ludico-sportiva, e poi esistono giochi che sono molto profondi quanto seri. Quando i bambini giocano, benché si stiano divertendo, lo fanno molto seriamente. È importante. È talmente importante per la loro età, così come lo sarà l’amore dieci anni dopo. Ricordo di quando ero piccolo e i miei genitori mi dicevano: “D’accordo, hai giocato abbastanza, ora vieni a farti il bagno”. Lo trovavo completamente stupido, perché per me il bagno era un fatto sciocco. Non m’importava di niente, ma giocare con i miei amici costituiva una cosa seria. La letteratura è così: è un gioco, ma nel quale si può mettere in ballo la propria vita. Si può fare tutto per quel gioco.

Sono i personaggi a darmi la direzione. Vale a dire: osservo un personaggio – è lì – e vi riconosco qualcuno di mia conoscenza, oppure occasionalmente due un pò mischiati tra loro. Ma lì finisce. Dopotutto, il personaggio agisce per conto suo. Dice cose…Mentre scrivo un dialogo, di loro non so mai cosa stanno per dire. In realtà, dipende da loro: io mi limito a battere a macchina ciò che dicono. Delle volte, scoppio a ridere o tiro via una pagina e dico: “Ecco, hai detto delle cose stupide. Via!”, e inserisco un altro foglio e ricomincio daccapo il loro dialogo.

Spesso ho un’idea per una storia, ma ancora non ho i personaggi. Mi viene in mente una strana idea: qualcosa sta per accadere in una casa di campagna, la immagino…ho un grande senso visivo quando scrivo, immagino completamente la scena: vedo tutto. Quindi, immagino questa casa di campagna e poi, all’improvviso, comincio a ubicare i personaggi. A questo punto, uno dei personaggi potrebbe essere qualcuno di mia conoscenza. Ma non è una cosa certa. Alla fine, la maggior parte dei miei personaggi risultano essere inventati. E poi, naturalmente, ci sono io.

Con me, racconti e romanzi possono iniziare dovunque. Come per la scrittura in sé, quando inizio a scrivere, la storia mi è girata in testa per molto tempo, talora per settimane. Seppure non in maniera chiara: è una sorta di idea generale della storia. Magari quella casa dove c’è una pianta rossa nell’angolo e so che c’è un uomo anziano che cammina intorno a quella casa. Questo è tutto quello che so. Succede così. E poi ci sono i sogni. Durante questo periodo di gestazione, i miei sogni sono pieni di riferimenti e allusioni a ciò che esisterà nel racconto. Alle volte, l’intera storia è un sogno. Uno dei miei primi e più famosi racconti – Casa tomada (La casa presa) – è un mio incubo che, appena risvegliato, ho subito scritto. Ma, in generale, ciò che viene fuori dai sogni sono frammenti di riferimenti. Vale a dire che, mentre sogno, la storia è scritta al suo interno. Perciò, quando ho detto che le storie possono iniziare dovunque, è perché, a quel punto, non conosco l’inizio o la fine. L’inizio è quando comincio a scrivere. Non decido come deve iniziare una storia: semplicemente, inizia lì, in quel momento, poi continua e, molto spesso, non ho una chiara idea sulla fine, non sapendo ciò che sta per accadere. È con la gradualità, mentre la storia và avanti, che le cose diventano più chiare e improvvisamente vedo la conclusione.

[da Lezioni di letteratura (Einaudi) e The art of fiction (“The Paris Review”)]

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