Robert Walser: un racconto breve e alcune citazioni, ovvero annullarsi nella scrittura

Propongo, a raffronto, una narrazione breve e coerente firmata da Robert Walser e, di seguito, alcune microcitazioni da Il brigante e Jakob Von Gunten. Si noterà come, a prescindere dalla strutturazione e leggibilità di un testo intero, la medesima poetica dell’annullamento e della violazione delle norme narrative, ritenute ortodosse o canoniche, si può cogliere in un’indifferenza assoluta rispetto alla narrazione di Walser, che apparentemente è lineare e implicitamente è eversiva e compattissima [gg]

Robert Walser: un raccontino intitolato “Friedrich Hölderlin”
[da “Vita di un poeta”, Adelphi)

«Hölderlin aveva cominciato a scrivere poesie, ma la funesta povertà lo costrinse a entrare come precettore in una casa di Francoforte sul Meno per guadagnarsi il pane. Ed ecco, là dentro, l’anima grande e bella nella situazione stessa di un lavorante qualunque. Fu costretto a far mercato della sua ardente aspirazione alla libertà, a reprimere la sua regale, colossale fierezza. Conseguenza della crudele necessità fu una tensione spasmodica, un pericoloso sconvolgimento interiore.
Era finito in un’elegante, graziosa prigione.
Nato per aggirarsi tra sogni e fantasie, per stare appeso al collo della natura, per trascorrere giorni e notti nella beatitudine del poetare sotto il fitto fogliame degli alberi amici, per conversare con i prati e con i loro fiori e guardare su verso il cielo contemplando il corteo divinamente lento delle nuvole, era entrato ora nella linda ristrettezza borghese di una casa agiata e si era sottoposto all’obbligo – tremendo obbligo per le sue energie ribelli – di condursi con costumatezza, giudizio e buone maniere.
Provò un senso di terrore. Si vide perduto, svilito; e lo era in realtà. Sì, era perduto: giacché non aveva la meschina forza di rinnegare ignominiosamente tutte le sue stupende linfe ed energie che ora dovevano essere rinnegate e occultate.
Fu allora che crollò, che si schiantò, e da allora in poi fu un povero, miserando malato.
Hölderlin, che solo nella libertà poteva vivere, vedeva la sua felicità annientata perché aveva perduto la libertà. inutilmente tirava e scuoteva la catena che lo teneva stretto; tirandola, non faceva che ferirsi; la catena era infrangibile.
Un eroe giaceva in ceppi, un leone doveva comportarsi con garbo e gentilezza, un greco di stirpe regale si muoveva nella stanza borghese dalle pareti anguste e basse che, graziosamente tappezzate, gli stritolavano il meraviglioso cervello.
Fu infatti a quel momento che ebbe inizio il suo pietoso sconvolgimento mentale, quel lento, graduale, frantumarsi di ogni chiarezza. Da un disperare all’altro in un incessante disintegrarsi dell’anima fa paura e orrore, erravano, ondeggiavano i tristi pensieri. Era come se mondi celestialmente luminosi andassero silenziosamente, tranquillamente, lentamente in pezzi.
Fosco, greve, buio gli era divenuto il mondo, e cercando almeno l’ebbrezza nella fatuità e nell’illusione, così da dimenticare l’infinito dolore per la libertà perduta e da vincere la sua angoscia di leone asservito e incatenato, che va su e giù, continua disperatamente ad andar su e giù per la gabbia, ebbe l’dea di innamorarsi della gentile signora. Ciò valse a distrarlo, divenne opportuno per dare qualche minuto di sollievo al suo cuore annichilito, strangolato, soffocato.
Mentre l’unica cosa che amava era quel naufragato sogno della libertà, s’immaginò di amare la signora della casa. Il vuoto del deserto circondava la sua coscienza.
Se sorrideva, era come se per portarsi quel sorriso alle labbra avesse dovuto estrarlo faticosamente dal fondo di una caverna.
Il desiderio di ritornare all’infanzia lo struggeva morbosamente, e per poter rinascere al mondo e tornare a essere un ragazzo si augurava la morte. “Quand’ero ragazzo…” scrisse. La stupenda poesia è ben nota.
Mentre l’uomo in lui disperava e il suo essere sanguinava da tante piaghe dolorose, la sua natura d’artista, simile a una danzatrice dalle ricche vesti, si slanciava in alto, e proprio quando a Hölderlin pareva di precipitare in rovina, la sua musica, la sua poesia si facevano incantevoli, sullo strumento della lingua che parlava, egli cantò la devastazione, lo sfacelo della sua vita, in auree, mirabili note. Piangeva sui suoi diritti, sulla sua felicità distrutta, lamentandosi come solo ai re è dato lamentarsi, con un orgoglio, una sublimità che non conoscono l’uguale nel dominio dell’arte poetica.
Le mani potenti del fato lo strapparono dal mondo, da dimensioni troppo piccole per lui, lo spinsero oltre il ciglio dell’intelligibile verso la follia, nel cui benigno, diletto abisso, inondato di luce, popolato di fuochi fatui, egli sprofondò col suo peso di gigante, per assopirvisi in dolce, perpetua distrazione e oscurità.
“E’ impossibile, credimi, Hölderlin,” gli disse la signora della casa “è inconcepibile quello che tu vuoi. Tutto ciò che pensi travalica i limiti del possibile e del lecito, tutto ciò che dici infrange ogni cosa raggiungibile, tu non vuoi, non puoi vivere bene. Per te il benessere è troppo piccolo, la pace della limitatezza troppo banale. Per te tutto è e diventa abisso, infinità. Tu e il mondo siete come un mare.
“Che posso mai dirti per acquietarti, quando tu respingi qualsiasi piacere come degno di disprezzo? Tutto quello che è piccolo e angusto ti confonde, ti fa ammalare; ma quello che è vasto e non delimitato ti spinge all’esaltazione o all’abbattimento, così da non lasciarti tregua né gioia. La pazienza non è degna di te, ma l’impazienza non fa che dilaniarti. Ti si onora, ti si ama e ti si compiange: in tal modo ogni godimento ti è negato.
“Che posso fare, poiché nulla ti rallegra?
“Tu mi ami?
“Non lo credo, debbo vietarmi di crederlo, e debbo desiderare che tu voglia vietarti di farmelo credere. Nulla ti spinge ad amarmi, altrimenti troveresti il modo di essere calmo, gentile e felice, sapresti essere paziente con te stesso e con me. Io non ho il diritto di credere di significare molto per te.
“Sìì dunque mite, buono e savio. Quasi solo di te, ormai, ho paura, ed è un sentimento che mi affligge. Liberati dalla passione, dòminati. Quanta bellezza, grandezza, calore potresti mostrare se fossi deciso a vincerti! Ma l’audacia delle tue fantasie ti uccide, e il sogno che ti fai della vita ti rapisce la vita. Non potrebbe già essere grandezza il rinunciare alla grandezza?
Così ella parlò. Hölderlin allora lasciò la casa, vagò ancora per qualche tempo nel mondo e infine piombò irrimediabilmente nella tenebra.»

Robert Walser: da “Il Brigante”

«Edith lo ama. Ulteriori ragguagli in seguito».
[Questo è l’incipit del romanzo: una contrazione assoluta di tutti i tempi della narrazione logica e distesa secondo i canoni della leggibilità lineare. gg]

«Si è mai visto un uomo di classe come me leccare un cucchiaino la domenica mattina, solo perché la sera prima la vedova l’ha usato per mangiare il gelato? Impossibile, personaggi del mio calibro disquisiscono di Goethe con la gioventù più eletta, la domenica mattina».

«Il mio dolore per lei è simile a una trave portante, dalla quale ancora altalenano gaiezze».

«Oggi è piovuto un po’, e lei dunque lo ama».

«La sera, prima di coricarsi, si metteva ginocchioni sul pavimento della sua mansarda dai muri sghembi, a pregare Dio per lei e per se stesso, e di primo mattino la sommergeva delle più beate professioni di gratitudine e di centomila, ovvero innumeri sdilinquimenti».

«Lei può benissimo mandarlo a lavorare, mettendo come condizione che il compenso vada tutto a lei, e che, per ripagarsi della fatica, gli sia concesso solo di vederla una volta all’anno. A un tipo come il Brigante bisogna infatti accollare degli incarichi, perché è smanioso di servire».

«Giù la testa, Brigante! Gettati ai piedi di una chellerina! È tempo, ormai, che tu ubbidisca!».

«Aspettate un attimo. Lasciatemi riflettere. Sì, va bene, va bene».

«Dio dell’esattezza dammi la forza di illustrare ogni cosa a puntino».

«Leccò, figurandosi di essere il suo valletto, il cucchiaino. Accadde nella di lei cucina».

«Questo cucchiaino lo ha messo in bocca lei. La sua bocca è bella, pare dipinta. Il resto è cento volte meno bello della bocca, appunto, e io dovrei forse esitare a celebrare ciò che di bello è in lei, baciandone, direi quasi, il cucchiaino?».

«Come avrebbe sgranato gli occhi, lei, se solo avesse potuto assistere alla scena. Meglio non immaginarselo nemmeno».

«Una sera, verso le dieci, al termine di una discussione, che aveva per oggetto la Pulzella di Orléans, le confessò cosa fosse solito fare la mattina presto con il suo cucchiaino della sera».

«Questa storia rappresenta per il Brigante, senza dubbio, una figuraccia di prim’ordine. Naturalmente noi gliela perdoniamo di cuore: infatti è tipo a cui piace vergognarsi. Non troppo».

«Ora dunque aveva messo a segno una considerevole impresa in campo erotico».

«Dalla scala del pulpito gocciolava prezioso sangue brigantesco. Giammai sangue più intelligente fu versato».

«Centinaia di sottanelle simpatizzano per lui. Quando uscì dall’ospedale, sulle prime restò lì immobile, in strada, per una buona mezz’ora, poi fece qualche passetto, si fermò di nuovo e gridò: “Dappertutto è solo lei. Lei è il cosmo.”».

«L’hanno dimesso, sano e salvo, da tutti gli ospedali del mondo».

Robert Walser: da “Jakob Von Gunten”

«Qui si impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremo trarne? A chi dànno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe essere ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttar via. Ne ho parlato a Kraus, il mio compagno di scuola, ma lui non ha risposto che con una sprezzante alzata di spalle e non mi ha degnato di una parola. Kraus ha dei principi, sta ben saldo in sella, a cavalcioni della sua contentezza, e questo è un cavallo su cui chi vuole andar di galoppo preferisce non salire. Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico. Mi sono sentito anch’io invadere da un senso strano, finora sconosciuto, di contentezza. Sono abbastanza ubbidiente, non al punto di Kraus, che è imbattibile nel precipitarsi a eseguire zelantemente gli ordini. Sotto un solo aspetto noi scolari, Kraus, Schacht, Schilinski, Fuchs, Pietrone, io, eccetera, ci assomigliamo tutti: nel fatto di essere assolutamente poveri e in sottordine. Siamo piccoli, piccoli fino a sentirci spregevoli. Chi ha in tasca un marco da spendere, lo si guarda come un principe privilegiato. Chi, come me, fuma sigarette, desta preoccupazioni per le sue abitudini spenderecce. Andiamo vestiti in uniforme: ebbene, questa circostanza di portare un’uniforme ci umilia e nello stesso tempo ci esalta. Abbiamo l’aspetto di uomini non liberi, e ciò può essere una mortificazione; ma abbiamo anche un aspetto elegante, il che ci preserva dalla profonda vergogna di coloro che se ne vanno attorno in abbigliamenti personalissimi, ma strappati e sudici. A me, per esempio, il vestire l’uniforme riesce assai piacevole, dato che sono stato sempre incerto su come vestirmi. Ma anche questo mio aspetto mi riesce per ora enigmatico. Forse in fondo a me c’è un essere estremamente volgare. O forse, invece, ho sangue azzurro nelle vene. Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora».

«Ci divertivamo a lustrare il pavimento, a tirare a lucido gli oggetti, anche quelli di cucina, tra un visibilio di stracci e di polvere detersiva, a inondare d’acqua il tavolo e le sedie, a rendere splendenti le maniglie delle porte, a soffiare sui vetri delle finestre per poi nettarli; ognuno ha il suo piccolo compito, ognuno si dà da fare».

«Tutt’a un tratto capisco cos’è che rende così amabili le donne. Mi divertono le loro civetterie, e scorgo un senso riposto nella trivialità delle loro mosse e del loro frasario. Se uno non le capisce quando portano una tazza alla bocca o si rialzano le gonne, non potrà mai capirle. Le loro anime saltabeccano in cadenza coi tacchi altissimi dei loro deliziosi stivaletti, e il loro sorriso è nello stesso tempo un vezzo insulso e un frammento della storia universale. La loro superbia e la loro scarsa intelligenza sono affascinanti, più affascinanti dei capolavori dei classici. Le loro mancanze di virtù sono sovente quanto di più virtuoso ci sia al mondo, e quando poi montano in collera e si arrabbiano? Solo le donne sanno come ci si deve arrabbiare».

«Ci si dà chiaramente a intendere che non c’è miglior modo di istruirsi che la disciplina e le rinunce, che in un esercizio semplicissimo, in certo modo stupido, c’è maggior beneficio, più veritiere nozioni che non nell’apprendimento di una quantità di concetti e di significati. Ci impadroniamo prima di una cosa, poi di un’altra, e una volta che ce ne siamo impadroniti, quasi quasi è essa che ci possiede».

«Annuii di nuovo. È un fatto: dico di sì a tutto con grande facilità».

«Quando si guardano le guance della signorina Benjamenta, non si ha più voglia di continuare a vivere, perché si ha la sensazione che la vita debba essere un infernale brulichio di basse volgarità».

«Se uno di noi fosse, o meglio fosse stato un eroe che avesse compiuto qualche impresa coraggiosa ponendo a rischio la vita, sarebbe autorizzato (così è scritto nel nostro libro) a entrare nel portico di marmo adorno di affreschi che giace nascosto tra il verde del nostro giardino; e là una bocca lo bacerebbe».

«Ho rispetto solo per le esperienze, e queste, di regola, sono perfettamente indipendenti da ogni pensiero, da ogni confronto. Così, per esempio, apprezzo il modo in cui apro una porta. È un’azione che contiene più vita riposta di qualsiasi domanda».

«Qui al nostro istituto s’impara a risentire e a sopportare una perdita, e ciò costituisce secondo me una facoltà, un esercizio in mancanza di cui l’uomo, per quanto insigne sia, rimarrà sempre un grande fanciullo, un bambinone piagnucoloso. Noi allievi non speriamo nulla, anzi ci è severamente vietato nutrire nel nostro intimo alcuna speranza per l’avvenire; e nondimeno siamo perfettamente tranquilli e sereni».

«Una cosa sola so di preciso: noi aspettiamo!»

«Ho la sensazione un po’ oltraggiosa che nella vita non mi mancherà mai da mangiare. Sono sano, lo rimarrò, e ci sarà sempre modo di servirsi di me per qualche uso. Non sarò mai di carico al mio stato, alla mia comunità. Un simile pensiero, ossia la certezza di aver sempre il proprio pane quotidiano come uomo di bassa estrazione, mi ferirebbe profondamente, se fossi ancora il vecchio Jakob von Gunten, se fossi ancora il rampollo, il virgulto della mia casata, mentre invece sono diventato qualcosa di completamente diverso, sono diventato un uomo comune.»

«Del resto anche la malinconia mi è tanto cara, tanto tanto preziosa: perché educa.»

«E poi, la verità è che le grosse commozioni mi producono nell’anima un effetto come di freddo glaciale.»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *