Milo De Angelis: storia, antistoria, narrazione poetica

La narrazione e il tragico attraverso il discorso poetico: alcuni motivi e versi di Milo De Angelis

di MILO DE ANGELIS

Non si scrive ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo. Non si scrive ciò che si ricorda ma si comincia a camminare nella memoria attraverso i sentieri della parola, che ci conducono in luoghi inattesi e insperati. La poesia è una forma di conoscenza legata allo svelamento. Non alla fondazione di un linguaggio, ma allo svelamento di un mondo precedente. La poesia rivela qualcosa che già c’era prima di noi. Per questo la poesia è tanto legata al ritorno, come ci insegnano Leopardi e Pavese. I luoghi che abbiamo amato ci parlano, si rivolgono a noi, proprio a noi, solo a noi, fanno cenni, sorridono come delle donne, sono donne. I luoghi sono vivi, sono creature, hanno una voce. E ci chiamano, ci chiamano a sé, ci chiamano a giudizio: e noi, là, dove ci viene indicato, andiamo.
[da “Cosa è la poesia”, Doppiozero]

Ci sono luoghi che aspettano – con una loro ansiosa gioia – di essere nominati. Sono luoghi carichi di attesa, dove si riuniscono e trovano unità i frammenti dispersi di un’esistenza. Luoghi interi, li abbiamo chiamati. Luoghi che radunano intorno a sé pomeriggi, volti, giochi. Luoghi che diventano un complemento di tempo. Tempo continuato. Tempo che confluisce lì, radunando altri tempi e altre stagioni. Si realizza così un’improvvisa eternità, come tu hai notato. E bisogna mantenere vivo sia il senso dell’improvviso sia il senso della durata. Durata e attimo devono essere vivi e sposarsi. Diventare una sola figura. Il mito nella cronaca, la contingenza in ciò che permane. La luna nei falò. La musica delle sfere nella sirena di un’autoambulanza, un incidente stradale nei rottami di un’intera esistenza, il ragazzo che si buca sulla panchina nella morte che abbiamo sfiorato anche noi, nelle nostre morti segrete…
[da “Intervista a Milo De Angelis”, La Balena Bianca]

La tragedia è sempre il momento in cui c’è la possibilità di una scelta, in cui viene vissuta e avvertita una necessità, in cui una voce impone; «Ecco, devi farlo!» È il ghenos – la voce della stirpe – che spinge e impone ad Oreste: «Va e uccidi!» E è una spinta più forte della sua stessa coscienza, è la voce dell’e­strema giustizia. Nella voce del ghenos si esprime una giustizia che, allo stesso tempo, ricostituisce un’armonia che va al di là del tempo storico, al di là della stessa Grecia. E Oreste fa vedere proprio questa grandezza: il sacrificio del san­gue della madre diventa nascita di un’altra grandezza, di un altro senso.

[da “Intervista a Milo De Angelis”, Poesia2punto0]

Cartina Muta

“Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre siamo per rinascere”

Franco Fortini

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa. «Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
né prendere né lasciare.» Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.
«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»
Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita…» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
… ora che stiamo per rinascere.

[da “Biografia sommaria”, Mondadori]

T.S.

I

Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l’albero, la scorza, l’alga
gli occhi non resistono
e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell’autombulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l’attimo dell’offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

II

E poi avrete sentito, almeno una volta
quando il liquido, delicatissimo,
esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino
e la sonda e le sirene sempre più lontane.
Il respiro si affanna, finisce, riprende
quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale:
una canoa va verso l’isola corallina
e sotto l’oceano si accoppiano le cellule sessuali
non ci sono eventi irreparabili
ma solo le spugne cicliche,
gli insetti che hanno coperto l’aria:
ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia,
l’accappatoio che toglie con un solo gesto
solennità della luce, la meraviglia, la prima
e la femmina del pellicano
chiama la nidiata sparsa nella tempesta
e forse vede qualcosa, tra gli scogli,
qualcosa che si muove
domani correrà con i suoi bambini
mescolata, per respirare
nel turchese profondo della marea
che sale in superficie, sta rinascendo adesso
e trova una terra diversa, un’altra voce.

[da “Somiglianze”, prima ed. Guanda]

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