Cormac McCarthy: da “La strada” – Raccontare la fine

di CORMACK McCARTHY
[da “La strada”, Einaudi”]

Il bambino gli stava aggrappato al giaccone mentre lui si teneva sul bordo della strada
e nel buio tastava l’asfalto con i piedi. In lontananza sentiva dei tuoni e dopo un po’
davanti a loro apparvero anche dei deboli tremolii di luce. Tirò fuori il telo di plastica
dallo zaino ma quel poco che ne rimaneva bastava appena a coprirli, e presto cominciò a
piovere. Camminavano vicini, incespicando. Non c’era nessun posto dove andare. Si
erano tirati su i cappucci ma i giacconi cominciavano a essere zuppi e pesanti. L’uomo si
fermò in mezzo alla strada e cercò di sistemare meglio il telo. Il bambino tremava forte.
Tu stai gelando, vero?
Sí.
Ma se ci fermiamo avremo ancora più freddo.
Io ho tantissimo freddo già adesso.
Cosa vuoi fare?
Ci possiamo fermare?
Sí. Va bene. Fermiamoci.

Fu la notte più lunga che riuscisse a ricordare in una serie infinita di notti simili. Si
stesero sotto le coperte sul terreno bagnato al bordo della strada, con la pioggia che
batteva sul telo di plastica, e lui tenne abbracciato il bambino che dopo un po’ smise di
tremare e si addormentò. I tuoni si allontanarono verso nord e poi tacquero e rimase solo
la pioggia. Si addormentava a intermittenza; la pioggia diminuì e poi cessò. Pensò che
non doveva essere neanche mezzanotte. Gli era tornata la tosse, che peggiorò fino a
svegliare il bambino. L’alba non arrivava mai. Di tanto in tanto lui si alzava per guardare
verso est e alla fine si fece giorno.

Uno dopo l ‘altro attorcigliò i giacconi attorno al tronco di un alberello e li strizzò.
Fece spogliare il bambino, lo avvolse in una coperta e mentre se ne stava lì tutto
tremante strizzò anche i suoi vestiti e glieli restituì. Il suolo su cui avevano dormito era
asciutto e si sedettero lì con la coperta sulle spalle a mangiare mele e bere acqua. Poi si
rimisero in cammino lungo la strada, curvi, incappucciati e tremanti nei loro stracci
come due frati mendicanti mandati a cercare elemosine.
Se non altro prima di sera erano asciutti. Studiarono i pezzi di cartina senza riuscire
bene a capire dove fossero. Giunti in cima a una salita l’uomo tentò di orientarsi nella
penombra del crepuscolo. Poi lasciarono la strada per un viottolo che si inoltrava nella
campagna fino a un ponte sopra un torrente in secca. Scesero sul letto del torrente e si
rannicchiarono sotto il ponte.

Possiamo accendere il fuoco?, disse il bambino.
Non abbiamo l’accendino.
Il bambino distolse lo sguardo.
Mi dispiace. Mi è caduto. Non te lo volevo dire.
Non fa niente.
Vedrai che trovo qualche pezzo di selce. Mi sto guardando attorno. E abbiamo ancora
la bottiglietta di benzina.
Ok.
Hai tanto freddo?
Sto bene.
Il bambino si stese e gli appoggiò la testa in grembo. Dopo un po’ disse: Quella gente
la ammazzeranno, vero?
Sí.
Ma perché lo fanno?
Non lo so.
Se li mangeranno?
Non lo so.
Se li mangeranno, vero?
Sí.
E noi non li potevamo aiutare altrimenti avrebbero mangiato pure noi.
Sí.
Per questo non li potevamo aiutare.
Sí.
Ok.

Attraversarono cittadine dove i cartelloni pubblicitari erano scarabocchiati di
messaggi che avvertivano di tenersi alla larga. I cartelloni erano stati imbiancati con
sottili strati di vernice per poterci scrivere sopra, e sotto la vernice si intravedeva ancora
la pubblicità sbiadita di prodotti che non esistevano più. Si sedettero al bordo della
strada e mangiarono le ultime mele.

Cosa c’è?, disse l’uomo.
Niente.
Vedrai che troveremo qualcosa da mangiare. Lo troviamo sempre.
Il bambino non rispose. L’uomo lo guardò.
C’è dell’altro, vero?
Non importa.
Dimmelo.
Il bambino si voltò verso la strada.
Voglio che me lo dici. Non c’è niente di male.
Il bambino scosse la testa.
Guardami, disse.
Il bambino si voltò a guardarlo. Sembrava che avesse pianto.
Dimmelo, forza.
Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?
No. Certo che no.
Neanche se stessimo morendo di fame?
Stiamo già morendo di fame.
Hai detto che non era così.
Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.
Ma comunque non mangeremmo le persone.
No. Non le mangeremmo.
Per niente al mondo.
No. Per niente al mondo.
Perché noi siamo i buoni.
Sí.
E portiamo il fuoco.
E portiamo il fuoco. Sí.
Ok.

In un fosso trovò dei pezzi di selce, ma alla fine si rivelò più facile sfregare le pinze
sul bordo di un sasso alla cui base aveva ammucchiato un po’ di legnetti imbevuti di
benzina. Altri due giorni. Poi tre. Stavano veramente morendo di fame. La campagna era
stata ripulita, saccheggiata, devastata. Depredata fino all’ultima briciola. Di notte faceva
un freddo senza pari ed era buio come dentro una bara, e il lento arrivo del mattino era
accompagnato da un silenzio terribile. Come un’alba prima della battaglia. La pelle cerea
del bambino ormai era quasi trasparente. Gli occhioni grigi e sbarrati gli davano un’ aria
da alieno.

L’uomo cominciava a pensare che fossero a un passo dalla morte e che avrebbero
dovuto cercarsi un posto dove nessuno li potesse trovare. A volte, mentre guardava il
bambino dormire, gli capitava di scoppiare in un pianto incontrollabile, ma non era il
pensiero della morte. Non sapeva bene cosa fosse però gli sembrava che avesse a che
fare con la bellezza o la bontà. Cose a cui non aveva più modo di pensare. Si
acquattarono in un bosco lugubre e bevvero l’acqua di uno stagno filtrata con uno
straccio. In sogno vide il bambino steso su un tavolo di obitorio e si svegliò inorridito.
Quello che riusciva a sopportare di giorno di notte diventava insopportabile, e rimase
sveglio per paura che l’incubo si ripresentasse.

Rovistarono fra le rovine carbonizzate di case in cui un tempo non avrebbero messo
piede. Un cadavere che galleggiava nell’acqua nera di una cantina in mezzo ai rifiuti e
alle tubature arrugginite. L’uomo si fermò dentro un salotto parzialmente incenerito e
aperto al cielo. Le assi deformate dall’acqua inclinate verso il giardino. Volumi fradici
sugli scaffali di una libreria. Ne prese uno, lo aprì e lo rimise a posto. Tutto era umido.
Marcescente. In un cassetto trovò una candela. Non c’era modo di accenderla. Se la mise
in tasca. Usci fuori nella luce livida, rimase lì in piedi e per un attimo vide l’assoluta
verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità
implacabile. I cani del sole nella loro corsa cieca. Il vuoto nero e schiacciante
dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti
nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui
piangerli.

Ai margini di una cittadina si sedettero a riposare nell’abitacolo di un camion, lo
sguardo oltre il parabrezza lavato dalle piogge recenti. Un leggero velo di cenere.
Esausti. Sul bordo della strada un altro cartello che metteva in guardia contro il pericolo
di morte, le lettere sbiadite dagli anni. L’uomo quasi sorrise. Riesci a leggere quel che c’è
scritto lì?, disse.
Sí.
Non farci caso. Qui non c’è nessuno.
Sono tutti morti?
Mi sa di sí.
Vorrei che quel bambino fosse qui con noi.
Andiamo, disse l’uomo.

Adesso faceva sogni floridi da cui detestava svegliarsi. Cose che il mondo non
conosceva più. Il freddo lo spingeva ad alzarsi per riattizzare il fuoco. Ricordi di lei che
attraversava il giardino diretta alla casa di prima mattina, con una sottile camicia da
notte rosa che le aderiva al seno. Pensava che ogni ricordo evocato non poteva che
violare le proprie origini. Come in un gioco di società. Di’ una parola e passala al vicino.
Quindi bisognava essere parsimoniosi. Ciò che si altera ricordando ha comunque una
sua realtà, che la si conosca o meno.

Vagarono per le strade avvolti nelle coperte luride. L’uomo teneva la pistola alla vita e
il bambino per mano. All’estrema periferia della città si imbatterono in una casa isolata
in mezzo a un campo; la raggiunsero, entrarono e passarono da una stanza all’altra. Si
videro riflessi in uno specchio e lui quasi alzò la pistola. Papà, siamo noi, disse il
bambino. Siamo noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *