Franz Kafka e il silenzio assoluto

Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka

di GIUSEPPE GENNA
[da “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, il Saggiatore, 2015]

Il Personaggio che mi interessa è Vuoto.
Il vuoto non è il non-essere, quindi posso parlarne.
Il vuoto condensa in materia vibrando, come ormai la fisica sospetta, amaramente non riuscendo a cogliere come ciò accada e soprattutto come sia possibile che una non-sostanza produca sostanze. Dal vuoto – è l’ipotesi del mio lavoro – emergono forme, figure, condensazioni via via più pesanti – corpi infine e, certo, personaggi. Kafka parla della letteratura, in uno dei suoi journal, come di “assalto ai limiti dell’umano” – e io forzo questa abissale espressione e dico: “assalto ai limiti, alle configurazioni dell’umano, per cogliere l’umano, ciò che misteriosamente è umano in sé, il noumenico umano”. A queste latitudini si manifestano, a mio avviso, i Personaggi Vuoti – gli Inesplicabili, gli Interrogativi, i Metafisici che Muovono Domande Continue e Continuamente Scansanti le Risposte Possibili: Bartleby, il Lee del Pasto Nudo, Jakob von Gunten e, ovviamente, tutti i personaggi di Kafka. Di questi, per il momento, mi interessa la protagonista del racconto Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi.
Mi importa poco la trama del racconto. Mi importa poco la data (1924) della stesura definitiva. Mi interessano alcuni movimenti.

“La nostra cantante si chiama Giuseppina. Chi non l’ha sentita non conosce il potere del canto… Ma è proprio un canto? Non è forse soltanto un fischiare?”

– e Gilles Deleuze, nella sua lettura su Kafka, per una letteratura minore, individua in questo suono, privo di variazioni, l’espressione di una desimbolizzazione, o, per dirla tecnicamente nell’idioletto deleuziano, una “deterritorializzazione” del suono stesso: suono non configurato, non armonico né melodico, suono non metaforico (Kafka, in una lettera a Felice: “Ciò che mi fa disperare della letteratura sono le metafore”), suono non riconducibile a un pregresso di sapere, di schema condizionante, suono privo di target. Deleuze, più avanti, parla di “musichetta” in Kafka, del suo movimento interno al testo (ma anche esterno, considerando il “patto diabolico” che Kafka stringe con se stesso nel condurre l’epistolario) come di una “capriola” (devo a un’amica scrittrice il fatto di avere appuntato la mia attenzione su questa componente dell’analisi deleuziana, che mi era sfuggita). Compio una deriva che c’entra poco con ciò che mi interessa: la capriola è un gesto acrobatico inutile, superfluo ma significativo, una sorpresa dell’esuberanza corporea che sfiora il meccanico esprimendo emotivo – questo non mi interessa al momento, anche se a mio avviso viene còlto qui il momento primario di ciò che è il comico kafkiano.
Mi interessa invece questa porzione di frase:

“Chi non l’ha sentita non conosce il potere del canto… Ma è proprio un canto?”

Che cos’è “il potere del canto”?
Si aprono due prospettive: il canto ha un potere perché sortisce degli esiti – e questa possibilità non mi interessa; oppure il canto è una potenza, nel senso che può emergere secondo configurazioni indefinite per numero e forma – e questa è la momentanea lettura che desidero sviluppare. La potenza del canto è l’indefinito possibile del canto: un canto che non è tale, e infatti Giuseppina non canta come ogni cantante, il suono emerge da lei, dal corpo, in uno stato tale di indifferenziazione che ci si chiede se davvero quello di Giuseppina sia un canto. Ce lo si chiede: non si dice che non è un canto. Il canto di Giuseppina sta tra l’essere un canto e il non essere un canto. Poiché il non essere è sempre un non essere relativo (il non essere non è e nemmeno ne possiamo parlare: non è, punto), il canto di Giuseppina sta tra l’essere qualcosa e il non essere qualcosa. Ciò che corre tra i due poli di questo spettro di variazione, che può assumere varie configurazioni (che il canto sia un fischio, per esempio), è qualcosa di stabile: il canto il Giuseppina, che è un potenziale indetermminato, è. Giuseppina dà raffigurazione a una potenza che è e che può diventare qualcosa. Ma che non diventa qualcosa: “Non è piuttosto un fischiare?” chiede Kafka – ma chiunque ascolti un fischiare perché dovrebbe cogliere il potere del canto? Il fischio di Giuseppina è il suono non rinchiudibile in un simbolizzabile, il confronto con il mèllei che Agamben (sempre su scorta deleuziana) legge in Bartleby e nella sua famosa formula “I would prefer not to”.
Questa indeterminazione tra essere potenziale ed essere qualificato spinge verso una domanda assoluta, assolutamente dinamica, verso la genesi di un atto che sta sempre per compiersi: il personaggio finzionale vuoto a cui guardo ferma questa genesi, ne rappresenta l’incombenza continua. Rappresenta la possibilità continua di attualizzarsi di ogni possibilità, il che non sta nel regime dei linguaggi, che agiscono per differenze, agiscono per ritmi, cioè per vibrazioni che si configurano nel rapporto tra sistole e diastole, e si autoperpetuano in una superficie di opposizioni formali e di significati che permettono la pronuncia e la storia delle parole. Il canto di Giuseppina appartiene a un regime che è estraneo a questo processo, ma lo precede: è dal suono indifferenziato, dal suono non simbolizzabile e non configurato, che il linguaggio emerge (quello artistico letterario, anche: i cantari epici sono canto, la lirica è originariamente canto: Kafka: “Nei tempi antichi il nostro popolo cantava, ne parlano le leggende, e si sono perfino conservate canzoni, che nessuno però sa più cantare”).
Il Personaggio Vuoto è il momento in cui lo scrittore accumula la potenza d’essere, mettendola in una forma esogena rispetto alla tradizione delle forme – una forma che esclude le interpretazioni tese a conchiudere, poiché il vuoto non è conchiudibile (se pure faccio vuoto pneumatico in laboratorio, il medesimo vuoto esiste fisicamente ovunque fuori dal laboratorio).
Ciò non toglie che il Personaggio Vuoto abbia caratteristiche: non un’identità, seppure queste caratteristiche diano l’illusione di un’identità. Del resto la possibilità che esista un vaso evoca l’identità del vaso, sembra essere molto vicina all’identità del vaso. Alcune caratteristiche di Giuseppina sono centrali nel prosieguo del mio discorso sul Personaggio Vuoto.

“D’altronde lei è sempre così; ogni inezia, ogni caso fortuito, ogni renitenza, uno scricchiolio in platea, uno stridere di denti, un guasto nell’illuminazione le offre il destro di aumentare l’effetto del suo canto”

Cosa accade qui? Ogni resistenza, ogni ostacolo sortisce l’effetto che l’emissione del suono indifferenziato e potenziale si intensifichi. Qui siamo, a mio parere, all’incrocio (che per la filosofia occidentale moderna è tale, mentre non lo è affatto, non è un incrocio, non c’è differenza) tra essere e divenire. Poiché il divenire è, bisogna comprendere nella prospettiva kafkiana quale tipo di essere qualificato sia il divenire: non è l’essere, anche se è, perché l’essere è e basta, mentre il divenire è ma è configurato. Il divenire, in questa lettura personale, è ciò che offre resistenza all’emersione dell’essere nel divenire, cioè offre un ostacolo alla persistenza della sensazione di essere, che è il potenziale indifferenziato, da cui emerge qualunque cosa sia, configurandosi. E più la renitenza aumenta, più gli ostacoli si fanno duri da superare, più il divenire si intensifica, più la possibilità di avvertire l’essere si intensifica. Non è l’abilità di Giuseppina che intensifica il canto: la resistenza è un’occasione di fronte alla quale si offre un’intensificazione della Cosa, del non simbolizzabile – del suono dei suoni.
Il suono è ovunque e il suo esercizio, l’esercizio di Giuseppina (rimando all’etimo di “ascesi”: àskesis = esercizio) esigerebbe la perdita del mondo reale, il che è l’enorme paura che l’attenzione al suono provoca all’umano, autoidentificatosi con la propria configurazione e soggetto che ha smarrito la consapevolezza che il suo essere umano è sorgivo e potenziale, è lo stesso suono – ecco dunque l’aspirazione ascetica di Giuseppina, che coincide con la paura dell’umano di fronte a quel suono deterritorializzato:

“Già da molto tempo, forse dal principio della sua carriera d’artista, Giuseppina lotta per essere dispensata da ogni lavoro in considerazione del suo canto…”

– poiché se si sta in quel canto, che è suono senza configurazione, si desidera stare nel canto e si percepisce tutto ciò che è mondano e formale come una distrazione rispetto alla vocazione all’onnipotenziale (un onnipotenziale che non è l’Assoluto: è solo il regime delle potenze, la propria centratura nel vuoto che è e non è qualcosa) – e l’asceta infatti fa questo, si ritira dal mondo, il mondo lo distrae, nonostante i Maestri dell’asceta vadano ripetendo che non è così, non si fa così, poiché proprio il divenire è l’occasione per intensificare la presenza nell’essere per. Non che Kafka non conosca questa antica verità:

“Diversa è invece la sua lotta per l’esonero dal lavoro; è sempre una lotta per il suo canto”

Quindi il mondo non scompare: Giuseppina lotta, lavora, vorrebbe essere esonerata dal lavoro eppure lavora, combatte per sopravvivere solo nella sua arte, nel suo esercizio di canto continuativo, poiché il suo corpo continuamente canta e lei vorrebbe stare continuativamente in questo ininterrotto canto, che, se non l’abbiamo ancora sentito, davvero non possiamo dire di conoscere la sua potenza. Che vita difficile, faticosa, quante lotte per essere esonerati dal lavoro: quante resistenze, prima di potere esercitare continuativamente e puramenteil canto! Eppure Giuseppina canta. Eppure “ogni renitenza […] le offre il destro di aumentare l’effetto del suo canto” – compresa la resistenza della lotta per concentrarsi sul suo canto.

“Non c’è nessuno che non sia trascinato dal suo canto, e ciò ha tanto maggior valore in quanto la nostra razza in complesso non ama la musica. Pace in silenzio: ecco la musica a noi più cara; la nostra vita è difficile e anche se talvolta tentiamo di scuoterci di dosso tutti gli affanni della giornata, non sappiamo elevarci a cose tanto lontane dalla nostra solita vita come la musica. Ma non ce ne rammarichiamo gran che; non giungiamo nemmeno a questo; una certa furberia pratica, della quale d’altronde abbiamo anche estremo e urgente bisogno, è secondo noi il nostro massimo privilegio…”

La pace in silenzio: ecco dunque il canto.
La musica di cui Kafka parla è il silenzio.
Noi scordiamo questo: identificati in configurazioni mondane perdiamo la pace in silenzio, a cui sostuiamo una certa furberia pratica, che consideriamo la vita mondana, e nemmeno ci rammarichiamo di avere perduto quella percezione di pace in silenzio – ce la siamo proprio scordata.
Il Personaggio Vuoto è l’instabile e tremula figurazione, non definibile in sagoma e tantomeno in psicologia, che rammenta l’oblio, riporta l’uomo al non sapere che cosa sia questa cosa stessa che è il Personaggio Vuoto, lo psicopompo che riporta in autoconsapevolezza l’attività di coscienza, della coscienza che è vuota ed è, da cui qualunque atto (psichico, emotivo, corporeo) emerge. Il Personaggio Vuoto è lo scatto dalla coscienza priva di autoconsapevolezza, che è il continuum tra vuoto e materia, alla coscienza che si sente, si ascolta: ascolta il silenzio, è pacificata, è coscienza che dispone di stabile autoconsapevolezza.

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