Intervista a Don De Lillo

di GIUSEPPE GENNA

[Nell’ottobre 2016, in occasione dell’uscita italiana di Zero K, il più recente romanzo di Don DeLillo, ho avuto l’occasione di intervistare il grande autore americano. La conversazione, che riguarda l’interezza della letteratura, è stata ospitata sul magazine CheFare]

La caratteristica è la sede della fame.
Il pasto nudo oblitera l’esperienza delle caratteristiche e della fame, mettendo in luce la porzione di cibo che si sta intrudendo nella bocca e questa luce è il regno in cui si è installato Don DeLillo nel suo ultimo, prodigioso libro Zero K (in Italia edito da Einaudi per la traduzione di Federica Aceto), che si fatica a definire semplicemente romanzo, perché si colloca appunto in una luce assoluta e non nelle gradazioni cromatiche. Leggi tutto “Intervista a Don De Lillo”

Franz Kafka e il silenzio assoluto

Considerazioni su Giuseppina la cantante di Kafka

di GIUSEPPE GENNA
[da “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, il Saggiatore, 2015]

Il Personaggio che mi interessa è Vuoto.
Il vuoto non è il non-essere, quindi posso parlarne.
Il vuoto condensa in materia vibrando, come ormai la fisica sospetta, amaramente non riuscendo a cogliere come ciò accada e soprattutto come sia possibile che una non-sostanza produca sostanze. Dal vuoto – è l’ipotesi del mio lavoro – emergono forme, figure, condensazioni via via più pesanti – corpi infine e, certo, personaggi. Kafka parla della letteratura, in uno dei suoi journal, come di “assalto ai limiti dell’umano” – e io forzo questa abissale espressione e dico: “assalto ai limiti, alle configurazioni dell’umano, per cogliere l’umano, ciò che misteriosamente è umano in sé, il noumenico umano”. A queste latitudini si manifestano, a mio avviso, i Personaggi Vuoti – gli Inesplicabili, gli Interrogativi, i Metafisici che Muovono Domande Continue e Continuamente Scansanti le Risposte Possibili: Bartleby, il Lee del Pasto Nudo, Jakob von Gunten e, ovviamente, tutti i personaggi di Kafka. Di questi, per il momento, mi interessa la protagonista del racconto Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi.
Mi importa poco la trama del racconto. Mi importa poco la data (1924) della stesura definitiva. Mi interessano alcuni movimenti. Leggi tutto “Franz Kafka e il silenzio assoluto”

Giorgio Falco e la narrazione fredda

“L’ubicazione del bene” è il primo titolo einaudiano di uno dei migliori scrittori italiani contemporanei, Giorgio Falco. La sua opera è una progressione continua verso una maturità sempre al di là del nuovo confine in cui questo splendido autore si assesta. Riproduco l’incipit del suo secondo libro. Il primo capitolo è integralmente leggibile in pdf, cliccando qui. Sarà evidente il calor bianco a cui Falco è in grado di condurre una narrazione gelida e agghicciante. Se c’è una cifra della sua prosa, è proprio questo caracollare in ciò che, essendo abbacinante, non è possibile definire secondo temperatura. La luminosità, ai limiti dell’astrazione mentre si racconta ciò che è concreto ed emblematico del reale, viene a sostituire i gradienti tra freddo e caldo. Lo sviluppo della narrazione è imprescindibile da questo spazio bianco in cui lo scrittore milanese porta la visione e lo stile. Sarebbe un espressionismo astratto, se Falco non sollevasse la scrittura da quella visceralità coinvolgente che è propria di qualunque espressionismo e sottraesse l’astrazione con massicce dosi di realismo raggelante.

“Onde a bassa frequenza”

di GIORGIO FALCO

[da “L’ubicazione del bene”, Einaudi]

I topi annusano di notte lattine compresse nell’asfalto, muovono baffi, fiutano ruote, risalgono nei motori delle auto parcheggiate tra batterie, liquidi di freni e di raffreddamento, imbevono code nell’olio semisintetico, costeggiano marciapiedi, pronti a rifugiarsi nei tombini. Cercano cibo di giorno, impauriti dalla luce sfidano il disgusto dei passanti e tornano alle intercapedini delle cantine, ai cunicoli, alle discariche, ai magazzini dei supermercati, ai depositi di industrie dismesse, ai musei. Gli scarafaggi sono di più, più dei topi, più degli uomini, escono di notte, traboccano dalle macchine spente del caffè, camminano sulle tazzine rivoltate dei bar chiusi, sui cucchiaini pronti come soldati per le prime colazioni dell’indomani. Gli scarafaggi abbandonano il perlinato delle trattorie, lasciano le cucine dei self-service, gli interstizi d’acciaio dei forni e dei frigoriferi, escono dalle tubature dei palazzi, dagli scarichi rumorosi dei bagni, dei lavandini e delle cucine, dove marciscono litigi e avanzi di cibo.
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Oltre la fine: il finale del “Gordon Pym” di Edgar Allan Poe

di EDGAR ALLAN POE

[da “Le avventure di Gordon Pym”]

[Tempio letterario del fantastico, il “Gordon Pym” di Poe è un maelstrom che mira all’occhio gravitazionale interno: mira a sfondare, a ridurre allo zero polare tutto il racconto. La traversata marinaresca a cui si sottopone il protagonista viene distrutta con un duplice finale: un’esperienza dell’inoltramento inaudito, che ricorda l’agone problematico che Kafka affronta nel suo supremo romanzo “Amerika” – mentre il grande praghese risolve con l’esperienza metafisica del “Teatro di Oklahama”, il grande americano dipinge la dissoluzione, sempre secondo le tonalità del metafisico, andando a rovesciare tutto, dallo sguardo al clima alle apparizioni di non-personaggi, tra urla indecifrabili, che portano ben al di là della semplice onomatopea. L’avventura di Edgar Allan Pym è uno dei momenti di oltranza assoluta del letterario. Ecco l’ultimo capitolo del libro di Poe, a cui segue un ulteriore finale, qui non riportato, in forma di nota enigmistica, di decifrazione razionale dell’irrazionale… GG]

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Cormac McCarthy: da “La strada” – Raccontare la fine

di CORMACK McCARTHY
[da “La strada”, Einaudi”]

Il bambino gli stava aggrappato al giaccone mentre lui si teneva sul bordo della strada
e nel buio tastava l’asfalto con i piedi. In lontananza sentiva dei tuoni e dopo un po’
davanti a loro apparvero anche dei deboli tremolii di luce. Tirò fuori il telo di plastica
dallo zaino ma quel poco che ne rimaneva bastava appena a coprirli, e presto cominciò a
piovere. Camminavano vicini, incespicando. Non c’era nessun posto dove andare. Si
erano tirati su i cappucci ma i giacconi cominciavano a essere zuppi e pesanti. L’uomo si
fermò in mezzo alla strada e cercò di sistemare meglio il telo. Il bambino tremava forte.
Tu stai gelando, vero?
Sí.
Ma se ci fermiamo avremo ancora più freddo.
Io ho tantissimo freddo già adesso.
Cosa vuoi fare?
Ci possiamo fermare?
Sí. Va bene. Fermiamoci.

Fu la notte più lunga che riuscisse a ricordare in una serie infinita di notti simili. Si
stesero sotto le coperte sul terreno bagnato al bordo della strada, con la pioggia che
batteva sul telo di plastica, e lui tenne abbracciato il bambino che dopo un po’ smise di
tremare e si addormentò. I tuoni si allontanarono verso nord e poi tacquero e rimase solo
la pioggia. Si addormentava a intermittenza; la pioggia diminuì e poi cessò. Pensò che
non doveva essere neanche mezzanotte. Gli era tornata la tosse, che peggiorò fino a
svegliare il bambino. L’alba non arrivava mai. Di tanto in tanto lui si alzava per guardare
verso est e alla fine si fece giorno.
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Milo De Angelis: storia, antistoria, narrazione poetica

La narrazione e il tragico attraverso il discorso poetico: alcuni motivi e versi di Milo De Angelis

di MILO DE ANGELIS

Non si scrive ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo. Non si scrive ciò che si ricorda ma si comincia a camminare nella memoria attraverso i sentieri della parola, che ci conducono in luoghi inattesi e insperati. La poesia è una forma di conoscenza legata allo svelamento. Non alla fondazione di un linguaggio, ma allo svelamento di un mondo precedente. La poesia rivela qualcosa che già c’era prima di noi. Per questo la poesia è tanto legata al ritorno, come ci insegnano Leopardi e Pavese. I luoghi che abbiamo amato ci parlano, si rivolgono a noi, proprio a noi, solo a noi, fanno cenni, sorridono come delle donne, sono donne. I luoghi sono vivi, sono creature, hanno una voce. E ci chiamano, ci chiamano a sé, ci chiamano a giudizio: e noi, là, dove ci viene indicato, andiamo.
[da “Cosa è la poesia”, Doppiozero] Leggi tutto “Milo De Angelis: storia, antistoria, narrazione poetica”

Philip Roth, ovvero il tragico

di GIUSEPPE GENNA

[da “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, edito da il Saggiatore]

Nella prefazione all’edizione 2007 di Blaze, Stephen King avanza un argomento di critica del gusto sconcertante: accenna a Everyman di Philip Roth. Lo fa con toni esasperati e comici, accomunando il romanzo di Roth, negli effetti che produce sul medesimo King, a Jude l’oscuro di Thomas Hardy. Leggendo questi romanzi, King dice di avere alzato le braccia, esasperato, di avere chiesto al cielo che l’autore infilasse di più: un cancro ulteriore, una fulmine che scende dal cielo e incarbonisce il protagonista che soffre solamente sfortune e, cosa fondamentale per King, piagnucola sul proprio dolore. Non va sottovalutata la capacità critica di cui King dispone: il suo On writing rimane per molti scrittori contemporanei di tutto il mondo un punto di riferimento, che la critica stenta a tutt’oggi a includere nel suo comparto di elezione, soprattutto per un passaggio fondamentale in cui l’autore avvicina alla telepatia la mobilitazione di fantàsmata che è implicita nella scrittura di storie, siano esse epica tradizionalmente intesa o romanzo moderno e contemporaneo nei suoi più vari generi.

L’osservazione comica e stremata di King su Everyman mette in luce almeno due elementi che mi interessano per il discorso che qui voglio fare. Intendo infatti entrare (non delimitare né configurare né esaurire) una nebulosa che è trattata praticamente da sempre da discipline le più varie, come la filosofia l’estetica la teoria letteraria e la letteratura stessa: cioè il tragico e la tragedia. In tale nebulosa vorrei rilevare la presenza atmosferica di un genere moderno, cioè il romanzo, al fine di osservarne eventuali relazioni con elementi della nebulosa stessa o, più precisamente, l’eventuale possibilità che il romanzo possa farsi incarnazione letteraria del tragico, così come la tragedia fu incarnazione, non soltanto letteraria, del tragico classico.
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Che cos’è il contemporaneo?

di GIORGIO AGAMBEN

[…] Tutti i tempi sono, per chi ne esperisce la contemporaneità, oscuri.

[…] Che significa “vedere una tenebra”, “percepire il buio”?

[…] Che cos’è il buio che allora vediamo? I neurofisiologi ci dicono che l’assenza di luce disinibisce una serie di cellule periferiche della rétina, dette, appunto, off-cells, che entrano in attività e producono quella specie particolare di visione che chiamiamo il buio.

[…] Percepire questo buio non è una forma di inerzia o passività, ma implica un’attività e un’abilità particolare.

[…] Può dirsi contemporaneo soltanto chi non si lascia accecare dalle luci del secolo e riesce a scorgere in esse la parte dell’ombra, la loro intima oscurità.

[…] Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.

da “Che cos’è il contemporaneo?”, Nottetempo, 2008

La digressione: il serial killer e l’uomo senza qualità

Ne L’uomo senza qualità di Robert Musil si aprono romanzi interi all’interno dell’oggetto narrativo ibrido per eccellenza. E’ tutta un’esibizione dei paradigmi della narrazione, i cui dispositivi sono mostrati con eccellenza di consapevolezza e trascinante lingua d’approdo. Si prenda il caso della celebre digressione sul “serial killer” Moosbrugger, azione dentro l’azione, modulazione di racconto nero e di romanzo sociale, approfondimento della psicologia e annullamento della stessa, varianza del realismo e gigantografia del reale che raggiunge il fantastico. Ecco il passo, celeberrimo, che mostra l’aberrazione gravitazionale che una digressione sortisce sulla narazione generale. La traduzione è di Anita Rho. gg Leggi tutto “La digressione: il serial killer e l’uomo senza qualità”

Robert Walser: un racconto breve e alcune citazioni, ovvero annullarsi nella scrittura

Propongo, a raffronto, una narrazione breve e coerente firmata da Robert Walser e, di seguito, alcune microcitazioni da Il brigante e Jakob Von Gunten. Si noterà come, a prescindere dalla strutturazione e leggibilità di un testo intero, la medesima poetica dell’annullamento e della violazione delle norme narrative, ritenute ortodosse o canoniche, si può cogliere in un’indifferenza assoluta rispetto alla narrazione di Walser, che apparentemente è lineare e implicitamente è eversiva e compattissima [gg]

Robert Walser: un raccontino intitolato “Friedrich Hölderlin”
[da “Vita di un poeta”, Adelphi)

«Hölderlin aveva cominciato a scrivere poesie, ma la funesta povertà lo costrinse a entrare come precettore in una casa di Francoforte sul Meno per guadagnarsi il pane. Ed ecco, là dentro, l’anima grande e bella nella situazione stessa di un lavorante qualunque. Fu costretto a far mercato della sua ardente aspirazione alla libertà, a reprimere la sua regale, colossale fierezza. Conseguenza della crudele necessità fu una tensione spasmodica, un pericoloso sconvolgimento interiore. Leggi tutto “Robert Walser: un racconto breve e alcune citazioni, ovvero annullarsi nella scrittura”